Niente Wi-Fi, auto lasciate fuori dai borghi, edifici storici recuperati senza cancellarne le imperfezioni. Sei strutture italiane raccontano un’idea di ospitalità fondata sulla sottrazione, sul rapporto con le comunità locali e sulla tutela dell’identità dei territori.
di Redazione
Per anni l’industria turistica ha associato la qualità dell’ospitalità alla quantità dei servizi disponibili: connessioni permanenti, accessibilità immediata, procedure automatizzate e ambienti costruiti per ridurre al minimo ogni imprevisto. Una parte dell’offerta contemporanea sembra ora muoversi nella direzione opposta.
Ci sono strutture che rinunciano deliberatamente alla televisione e al Wi-Fi, borghi nei quali le automobili devono fermarsi prima dell’ingresso, case raggiungibili soltanto percorrendo sentieri e alberghi che conservano scale ripide, pavimenti irregolari e arredi essenziali. Non necessariamente per mancanza di servizi, ma come scelta coerente con il luogo e con la sua storia.
Unexpected Italy, progetto digitale dedicato al turismo responsabile, ha riunito sei esperienze distribuite tra Piemonte, Liguria, Toscana, Abruzzo e Veneto. La selezione propone una definizione provocatoria: “turismo scomodo”. Il termine non indica un’accoglienza trascurata, ma una forma di viaggio che chiede al visitatore di modificare abitudini, aspettative e ritmo.
La scomodità diventa così il contrario dell’omologazione. Significa accettare che non tutti i luoghi siano immediatamente raggiungibili, che un edificio storico non debba necessariamente assomigliare a un albergo contemporaneo e che la permanenza possa comprendere anche silenzio, attesa e adattamento.
Il lusso della sottrazione
«Il vero lusso, oggi, non risiede nell’aggiungere servizi, ma nell’avere il coraggio di togliere il superfluo», sostiene Elisabetta Faggiana, fondatrice di Unexpected Italy insieme a Savio Losito.
Secondo l’impostazione della piattaforma, alcune strutture ricettive scelgono di non adeguarsi completamente agli standard dominanti per conservare il legame con il territorio. La rinuncia a un servizio diventa significativa quando non è un espediente commerciale, ma il risultato di una precisa idea di ospitalità.
Eliminare la connessione digitale, limitare l’accesso delle auto o recuperare materiali esistenti può contribuire a ridurre il consumo di risorse e a preservare il carattere dei luoghi. Ma può anche favorire una diversa relazione tra ospite e destinazione, meno concentrata sulla rapidità e più attenta alla dimensione fisica del viaggio.
La questione riguarda soprattutto i territori esposti alla pressione del turismo di massa. Quando una destinazione viene adattata alle aspettative di un pubblico indistinto, il rischio è che perda progressivamente gli elementi che l’hanno resa riconoscibile. La ricerca di un comfort uniforme può trasformare borghi, ristoranti e strutture ricettive in spazi intercambiabili.
Dormire sugli alberi senza Wi-Fi
A Monteu da Po, in provincia di Torino, il Parco del Grep occupa dieci ettari immersi nella natura. Le sue due case sugli alberi non dispongono di televisione né di connessione Wi-Fi e non sono presenti sulle principali piattaforme di prenotazione.
La permanenza segue il ritmo della luce e delle stagioni. Anche i pasti vengono consegnati in cesti da picnic e possono essere consumati sulle terrazze delle case o nei punti panoramici della proprietà. Non si tratta soltanto di una modalità di servizio, ma di una scelta che sposta il momento del pasto fuori dagli spazi tradizionali.
In questo caso la disconnessione non viene presentata come una terapia, ma come una condizione materiale: meno strumenti digitali e meno occasioni di distrazione obbligano a stabilire un rapporto più diretto con il luogo.
In Liguria l’ultimo tratto si percorre a piedi
A Chiesanuova, sulle alture di Levanto, La Sosta di Ottone III si trova in un borgo nel quale le automobili non arrivano direttamente davanti alla struttura. L’ultimo tratto viene percorso a piedi oppure mediante una piccola monorotaia elettrica.
Il passaggio introduce il visitatore in una dimensione diversa rispetto a quella delle località costiere più frequentate. Le sei camere sono state realizzate utilizzando materiali recuperati, arredi originali e lavorazioni artigianali.
Anche la colazione servita al tavolo, anziché attraverso un buffet, risponde alla volontà dichiarata di contenere gli sprechi e valorizzare i prodotti di fornitori locali. La struttura propone inoltre di conoscere le Cinque Terre attraverso i sentieri e i percorsi dell’entroterra, offrendo un’alternativa alle aree maggiormente congestionate.
In Val d’Orcia per “disimparare la fretta”
Il rapporto con il paesaggio agricolo è centrale anche a Follonico, casale in pietra situato nella campagna di Torrita di Siena, tra ulivi e vigneti della Val d’Orcia.
Le camere conservano travi a vista, mobili restaurati, ceramiche artigianali e tessuti naturali. La cucina segue la disponibilità stagionale dell’orto e i prodotti provenienti da una rete di agricoltori e artigiani locali.
L’esperienza non è costruita attorno a una successione di attività. Al contrario, la struttura propone una permanenza nella quale il tempo libero non deve necessariamente essere riempito. Il viaggio diventa anche esercizio di attenzione: verso il paesaggio, i pasti, i materiali e le relazioni con chi abita e lavora sul territorio.
A Santo Stefano di Sessanio il passato non viene addolcito
Il caso di Sextantio, albergo diffuso di Santo Stefano di Sessanio, in Abruzzo, riguarda direttamente la tutela del patrimonio storico.
Il progetto ha recuperato abitazioni del borgo conservandone, per quanto possibile, materiali, forme e caratteristiche originarie. Camini in pietra, letti alti, pavimenti irregolari, scale strette e luci soffuse non vengono eliminati per adeguare gli edifici a un modello alberghiero standard.
La permanenza può dunque richiedere una capacità di adattamento maggiore. È proprio questo scarto tra le aspettative contemporanee e la struttura materiale degli edifici a permettere una comprensione più diretta della loro storia.
L’albergo diffuso coinvolge inoltre artigiani, produttori e abitanti del borgo. Il turismo viene così utilizzato come strumento per mantenere in vita un patrimonio architettonico che rischierebbe altrimenti l’abbandono.
Nel bosco di Valdobbiadene
A Valdobbiadene, Cargador de Ron occupa una vecchia casera circondata dal bosco, un tempo utilizzata come ricovero per pastori e animali.
Le quattro camere sono dedicate alla vite, al prato, al bosco e alla pietra. Gli arredi sono stati realizzati anche attraverso il recupero di legname, casse da vino e strumenti della vita contadina.
La posizione appartata e l’ultimo tratto di strada non sempre agevole riducono l’immediatezza dell’arrivo. L’accoglienza personale da parte dei proprietari sostituisce però le procedure impersonali e trasforma l’accesso alla struttura in un primo momento di relazione.
Anche in questo caso la sobrietà degli ambienti non coincide con l’assenza di cura. L’attenzione viene spostata sulla provenienza dei materiali, sul lavoro artigianale e sul rapporto con i produttori della zona.
Una scuola trasformata in casa per ospiti
Sull’Altopiano di Asiago, a Lusiana Conco, una scuola elementare degli anni Venti è stata riconvertita nella Scuola Guesthouse.
Le camere portano i nomi delle materie scolastiche: Geografia, Storia, Aritmetica, Scienze e la Stanza della Maestra. Gli ambienti conservano oggetti, arredi e riferimenti alla funzione originaria dell’edificio.
Non ci sono televisori né ascensore. La struttura cerca di mantenere riconoscibile la memoria della scuola, evitando che il recupero architettonico ne cancelli completamente l’identità.
Al progetto ricettivo si affianca un laboratorio di gelato artigianale, “La Ricreazione”, che attraversa le contrade con un piccolo veicolo a tre ruote. Un’attività che recupera la dimensione itinerante della vendita e stabilisce un rapporto diretto con i centri abitati dell’altopiano.
Non tutti i luoghi devono essere per tutti
La selezione proposta da Unexpected Italy solleva una questione più ampia. Nel turismo contemporaneo, rendere una destinazione accessibile non dovrebbe necessariamente significare uniformarla o cancellarne ogni difficoltà.
Naturalmente, la valorizzazione della “scomodità” non può diventare un pretesto per ignorare sicurezza, qualità dell’accoglienza o accessibilità delle persone con disabilità. La rinuncia ai servizi assume valore soltanto quando è dichiarata con chiarezza, coerente con il contesto e accompagnata da un’effettiva attenzione verso l’ospite.
Il punto non è trasformare il disagio in un prodotto turistico. È riconoscere che alcuni luoghi chiedono tempi, comportamenti e modalità di fruizione differenti.
Lasciare l’auto fuori da un borgo, spegnere il telefono o percorrere a piedi l’ultimo tratto del viaggio possono apparire limitazioni. In determinate condizioni diventano invece strumenti per proteggere il paesaggio, ridurre la pressione turistica e restituire profondità all’esperienza.
Il viaggio “scomodo” non promette di semplificare tutto. Chiede piuttosto di rinunciare, almeno temporaneamente, all’idea che ogni luogo debba adattarsi alle esigenze del visitatore. È il viaggiatore, questa volta, a dover incontrare il territorio alle sue condizioni.
