Rita Levi-Montalcini, la libertà di conoscere

Esclusa dall’università dalle leggi razziali, costruì un laboratorio nella propria camera e trasformò una domanda sullo sviluppo dei neuroni in una scoperta da Nobel. La sua storia non è soltanto quella di una scienziata eccezionale, ma di una donna che fece della ricerca uno strumento di autonomia, responsabilità civile e futuro.

Nel 1940, in una camera da letto di Torino, Rita Levi-Montalcini costruì un laboratorio.

Non disponeva di un’università, di finanziamenti o di apparecchiature sofisticate. Le leggi razziali fasciste le impedivano di lavorare negli istituti pubblici perché ebrea. Aveva un microscopio, un’incubatrice rudimentale, piccoli strumenti chirurgici adattati alle necessità e uova fecondate di gallina, procurate nelle campagne vicine. Trasformò aghi da cucito in bisturi e utilizzò forbicine da oculista e pinzette da orologiaio per studiare lo sviluppo del sistema nervoso negli embrioni.

Fu in quello spazio domestico, nato dall’esclusione, che cominciò il percorso scientifico destinato a condurla al Premio Nobel.

L’immagine della giovane ricercatrice china sul microscopio durante uno dei periodi più oscuri della storia italiana contiene già il senso della sua vicenda. Rita Levi-Montalcini non attese che le fosse restituito il diritto di fare ricerca. Continuò a esercitarlo. Alla violenza politica oppose il rigore dell’osservazione; all’isolamento, la libertà del pensiero; alla precarietà degli strumenti, la precisione del metodo.

Una scelta contro il destino stabilito

Rita Levi-Montalcini nacque a Torino il 22 aprile 1909 insieme alla sorella gemella Paola. Era la più giovane dei quattro figli di Adamo Levi, ingegnere elettrotecnico e matematico, e di Adele Montalcini, pittrice. La famiglia apparteneva alla borghesia ebraica torinese ed era animata da un forte interesse per la cultura, ma conservava una concezione tradizionale del ruolo femminile.

Il padre riteneva che una carriera professionale avrebbe reso difficile per le figlie dedicarsi alla famiglia. Rita trascorse quindi gli anni dell’adolescenza senza una preparazione orientata agli studi universitari. Per qualche tempo immaginò di diventare scrittrice, affascinata dai romanzi della svedese Selma Lagerlöf. La malattia e la morte di una persona vicina alla famiglia contribuirono però a far maturare in lei la decisione di studiare medicina.

A circa vent’anni comunicò al padre di non voler accettare la vita che sembrava già disegnata per lei. Recuperò rapidamente le materie necessarie per l’accesso all’università e si iscrisse alla facoltà di Medicina di Torino. Non fu una ribellione spettacolare, ma una scelta ferma: la volontà di essere responsabile della propria esistenza.

All’università incontrò Giuseppe Levi, uno dei maggiori studiosi italiani di anatomia e istologia. Il professore, noto per il temperamento severo e per il rigore scientifico, divenne il suo maestro. Nel suo laboratorio Levi-Montalcini imparò a osservare le cellule nervose, a preparare i tessuti e a utilizzare le tecniche di colorazione che permettevano di rendere visibili al microscopio le strutture del sistema nervoso.

Nello stesso ambiente conobbe Salvatore Luria e Renato Dulbecco, destinati anch’essi a ricevere il Nobel. Era una generazione cresciuta dentro una scuola scientifica italiana di alto livello, che la persecuzione fascista avrebbe in seguito disperso in diversi Paesi.

Rita Levi-Montalcini si laureò in Medicina e chirurgia nel 1936 e proseguì la formazione in neurologia e psichiatria. La sua inclinazione, tuttavia, si rivolgeva sempre più alla ricerca di base. Non voleva soltanto curare le malattie del sistema nervoso: desiderava comprendere come quel sistema si formasse, crescesse e organizzasse.

Le leggi razziali e l’università proibita

Nel 1938 il regime fascista introdusse le leggi razziali. Agli ebrei furono progressivamente preclusi l’insegnamento, gli impieghi pubblici e l’accesso alle istituzioni accademiche. Per Rita Levi-Montalcini significò essere espulsa dall’ambiente nel quale aveva iniziato a costruire la propria carriera.

La discriminazione non colpiva ciò che aveva fatto, ma ciò che era. Titoli di studio, capacità e risultati non contavano più di fronte a una classificazione imposta dallo Stato.

Si trasferì per un breve periodo in Belgio, dove lavorò presso un istituto neurologico. Nella primavera del 1940, intuendo l’imminenza dell’invasione tedesca, tornò a Torino dalla famiglia. Restavano due possibilità: emigrare oppure continuare a lavorare clandestinamente, senza rapporti ufficiali con il mondo universitario italiano. La famiglia scelse di rimanere.

Fu allora che Rita installò nella propria camera il piccolo laboratorio. A guidarla era un articolo pubblicato nel 1934 dall’embriologo Viktor Hamburger, professore alla Washington University di St. Louis. Hamburger aveva studiato gli effetti della rimozione di un abbozzo di arto sul sistema nervoso degli embrioni di pollo. Il suo esperimento apriva una domanda decisiva: che cosa regola la sopravvivenza e lo sviluppo delle cellule nervose?

Levi-Montalcini ripeté quelle osservazioni e giunse a una diversa interpretazione dei risultati. I neuroni non mancavano perché non si erano formati. Si formavano, ma in seguito morivano quando non riuscivano a stabilire un rapporto con i tessuti periferici ai quali erano destinati. Qualcosa, dunque, sembrava provenire dai tessuti e sostenere la crescita e la sopravvivenza delle cellule nervose.

Quella domanda avrebbe accompagnato tutta la sua vita scientifica.

La ricerca sotto le bombe

Giuseppe Levi, rientrato dal Belgio dopo l’invasione nazista, raggiunse la sua ex allieva nel laboratorio domestico. Con un rovesciamento dei ruoli che Rita avrebbe ricordato con orgoglio, il maestro divenne il suo primo assistente.

Gli esperimenti proseguirono nonostante l’isolamento accademico e la guerra. Quando i bombardamenti su Torino resero la città troppo pericolosa, la famiglia si trasferì in una casa di campagna in Piemonte. Rita ricostruì ancora una volta il laboratorio. Si spostava in bicicletta per procurarsi le uova necessarie agli esperimenti e continuava a osservare gli embrioni al microscopio.

Nel settembre del 1943, dopo l’occupazione tedesca dell’Italia centro-settentrionale, anche quel rifugio divenne insicuro. I Levi-Montalcini fuggirono a Firenze, dove vissero clandestinamente e con documenti falsi. Dopo la liberazione della città, Rita prestò servizio come medico in un campo per profughi, entrando in contatto con malattie infettive, denutrizione e conseguenze materiali della guerra.

Fu una delle poche fasi nelle quali esercitò direttamente la medicina clinica. L’esperienza le mostrò il valore dell’assistenza, ma confermò anche la sua vocazione per la ricerca: comprendere i processi biologici che precedono la malattia e rendono possibile la vita.

Da Torino a St. Louis

Terminata la guerra, Rita Levi-Montalcini tornò all’Università di Torino. Le ricerche compiute nel laboratorio domestico avevano prodotto risultati abbastanza originali da attirare l’attenzione di Viktor Hamburger, lo studioso il cui articolo aveva ispirato i suoi esperimenti.

Nel 1947 Hamburger la invitò alla Washington University di St. Louis, nel Missouri, per ripetere e approfondire le osservazioni sugli embrioni di pollo. La permanenza avrebbe dovuto durare pochi mesi. Si protrasse invece per trent’anni.

Negli Stati Uniti Rita trovò un ambiente dotato di mezzi, relazioni scientifiche e libertà accademica. Ma portava con sé il metodo appreso negli anni dell’isolamento: fidarsi dell’osservazione, non cedere davanti a un risultato inatteso e considerare l’imperfezione dell’esperimento come una possibile fonte di conoscenza.

Con Hamburger studiò il rapporto tra i tessuti periferici e lo sviluppo dei nervi. Alcuni esperimenti mostrarono che frammenti di particolari tumori di topo, trapiantati negli embrioni di pollo, provocavano una crescita straordinaria delle fibre nervose. I nervi si dirigevano verso il tessuto tumorale come attratti da un segnale.

Levi-Montalcini osservò inoltre che l’effetto si produceva anche quando il tumore e l’embrione non erano a contatto diretto. Doveva quindi esistere una sostanza solubile, rilasciata dalle cellule tumorali, capace di promuovere la crescita nervosa. La scienziata non poteva ancora vederla né isolarla, ma ne aveva riconosciuto l’azione.

Rio de Janeiro e il fattore di crescita nervoso

Nel 1952 Rita Levi-Montalcini si recò all’Istituto di Biofisica dell’Università di Rio de Janeiro, diretto da Carlos Chagas Filho. Nel laboratorio di Hertha Meyer poté utilizzare tecniche di coltura dei tessuti che consentivano di osservare più chiaramente la reazione delle cellule nervose.

Gli esperimenti mostrarono una crescita intensa delle fibre intorno ai tessuti tumorali. L’immagine ricordava un alone, una sorta di corona formata dai prolungamenti delle cellule nervose. Era la prova visibile che il tumore liberava una sostanza capace di agire a distanza.

Tornata a St. Louis, Levi-Montalcini avviò la collaborazione con il biochimico Stanley Cohen. La formazione neurologica di lei e le competenze biochimiche di lui permisero di affrontare lo stesso problema da prospettive complementari. Cohen contribuì a isolare e caratterizzare la molecola responsabile del fenomeno.

Quella sostanza prese il nome di Nerve Growth Factor, fattore di crescita nervoso, o NGF.

Il suo significato andava ben oltre l’esperimento iniziale. L’NGF dimostrava che la crescita, la differenziazione e la sopravvivenza di determinate cellule nervose sono regolate da segnali chimici. Fino ad allora lo sviluppo dei tessuti poteva essere descritto soprattutto come fenomeno; con i fattori di crescita diventava possibile cominciare a comprenderne i meccanismi molecolari.

La scoperta aprì un nuovo campo della biologia. In seguito sarebbero stati individuati numerosi altri fattori capaci di controllare la vita delle cellule, con implicazioni per lo studio dello sviluppo, dei tumori, della rigenerazione dei tessuti e delle malattie neurodegenerative.

Una scoperta accolta con diffidenza

Come molte innovazioni radicali, anche l’NGF incontrò inizialmente scetticismo. L’idea che una sostanza prodotta da alcuni tessuti potesse orientare la crescita e garantire la sopravvivenza delle cellule nervose sembrava difficile da conciliare con le conoscenze dell’epoca.

Rita Levi-Montalcini continuò a lavorare sul problema. La sua forza non consisteva nell’affermare una teoria con ostinazione, ma nel moltiplicare le prove. Ogni esperimento doveva rendere più solido il precedente, delimitare il fenomeno e distinguere ciò che era stato osservato da ciò che restava ancora da spiegare.

Nel 1956 divenne professore associato alla Washington University e nel 1958 professore ordinario. Conservò l’incarico fino al pensionamento, nel 1977. Durante gli anni americani costruì una reputazione internazionale e contribuì alla formazione di nuovi ricercatori, senza interrompere il rapporto con l’Italia.

Il Nobel e una nuova idea dello sviluppo

Nel 1986 Rita Levi-Montalcini e Stanley Cohen ricevettero il Premio Nobel per la Fisiologia o la Medicina «per le loro scoperte sui fattori di crescita».

Il riconoscimento arrivò più di trent’anni dopo gli esperimenti decisivi. La motivazione sottolineava il valore fondamentale delle loro ricerche per la comprensione dei meccanismi che regolano la crescita delle cellule e degli organi. L’NGF e l’epidermal growth factor studiato da Cohen furono i primi segnali di crescita a essere scoperti e caratterizzati.

Il Nobel non premiava soltanto una molecola, ma una nuova concezione della vita cellulare. Le cellule non crescono e non sopravvivono in modo isolato: ricevono segnali, li interpretano e dipendono dalle relazioni stabilite con l’ambiente circostante.

In questa prospettiva, il sistema nervoso non è una struttura rigidamente definita fin dall’origine. È il risultato di un processo dinamico, fatto di proliferazione, competizione, differenziazione e morte cellulare. Alcuni neuroni sopravvivono perché raggiungono il proprio bersaglio e ricevono i segnali necessari; altri vengono eliminati durante lo sviluppo.

Una ricerca cominciata osservando embrioni di pollo in una camera torinese aveva contribuito a cambiare il modo di comprendere la formazione dell’organismo.

Il ritorno in Italia

Il successo negli Stati Uniti non allontanò Rita Levi-Montalcini dall’Italia. Nel 1962 creò un’unità di ricerca a Roma, dividendo per anni il proprio lavoro tra la capitale e St. Louis. Dal 1969 al 1978 diresse l’Istituto di Biologia cellulare del Consiglio nazionale delle ricerche.

Il ritorno non fu soltanto personale. Levi-Montalcini desiderava contribuire alla costruzione di un sistema scientifico italiano capace di dialogare con i maggiori centri internazionali. Portò a Roma relazioni, metodi di lavoro e una concezione della ricerca fondata sulla collaborazione fra discipline.

La sua influenza si esercitò anche attraverso l’insegnamento e la capacità di riconoscere il talento. Non concepiva il laboratorio come uno spazio chiuso intorno all’autorità del direttore, ma come un luogo nel quale le idee dovevano essere sottoposte a verifica e i giovani ricercatori messi nelle condizioni di formulare domande autonome.

La scienza, per lei, non era un patrimonio da custodire. Era conoscenza da trasmettere.

Torino, St. Louis, Rio e Roma: una geografia della conoscenza

La storia di Rita Levi-Montalcini attraversa città molto diverse, legate fra loro da una stessa domanda scientifica.

Torino fu la città della nascita, della formazione e della prima resistenza. Nell’Università incontrò Giuseppe Levi e imparò il mestiere della ricerca; nella casa familiare costruì il laboratorio clandestino che le permise di continuare a lavorare dopo l’espulsione degli ebrei dalle istituzioni.

Bruxelles rappresentò il primo tentativo di proseguire liberamente la carriera fuori dall’Italia. Il soggiorno fu breve, interrotto dall’avanzata della Germania nazista, ma mostrò quanto la persecuzione fascista avesse già cominciato a disperdere il patrimonio scientifico italiano.

Firenze fu la città della clandestinità e dell’esperienza medica durante la guerra. Qui la ricerca lasciò temporaneamente spazio alla cura delle persone colpite dalla fame, dalle epidemie e dallo sfollamento.

St. Louis offrì gli strumenti e il confronto internazionale necessari per trasformare le osservazioni compiute in Italia in un programma scientifico di lunga durata. Alla Washington University, la collaborazione con Viktor Hamburger e Stanley Cohen condusse alla formulazione e alla dimostrazione dell’esistenza del fattore di crescita nervoso.

Rio de Janeiro fu il luogo nel quale le colture cellulari permisero di osservare direttamente l’effetto della sostanza prodotta dai tessuti tumorali. Il passaggio brasiliano dimostra come le grandi scoperte raramente appartengano a un solo laboratorio: nascono dalla circolazione di persone, tecniche e conoscenze.

Roma, infine, divenne la città del ritorno e della restituzione. Qui Levi-Montalcini diresse istituti, formò ricercatori e lavorò per creare strutture capaci di proseguire la ricerca sul cervello oltre la sua esperienza personale.

La scienza come responsabilità civile

Con il passare degli anni, Rita Levi-Montalcini affiancò alla ricerca un impegno pubblico sempre più intenso. Non considerava la competenza scientifica una ragione per restare lontani dalla società. Al contrario, riteneva che la conoscenza comportasse una responsabilità.

Nel 1995 promosse la fondazione che porta il suo nome, impegnata a sostenere l’istruzione e la formazione delle giovani donne nei Paesi africani. Il progetto nasceva dalla convinzione che l’accesso allo studio fosse uno degli strumenti più efficaci per contrastare povertà, subordinazione e disuguaglianze.

Dal 1999 fu ambasciatrice di buona volontà della FAO. Intervenne contro la fame e la malnutrizione, richiamando l’attenzione sul rapporto tra istruzione, autonomia femminile e sviluppo delle comunità.

Il 1° agosto 2001 il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi la nominò senatrice a vita per gli altissimi meriti conseguiti in campo scientifico e sociale. Entrò così nelle istituzioni dello stesso Stato che, nel 1938, l’aveva esclusa dall’università.

Il passaggio dalla persecuzione alla più alta assemblea rappresentativa italiana possiede una forza simbolica evidente. Ma Levi-Montalcini non interpretò la nomina come un risarcimento personale. Partecipò ai lavori parlamentari e intervenne sui temi della ricerca, dell’istruzione, della sanità e dei diritti, portando nel dibattito pubblico il metodo della scienziata: esame dei fatti, rifiuto del pregiudizio e attenzione alle conseguenze delle decisioni.

Un istituto per il futuro

Nel 2002, a novantatré anni, Rita Levi-Montalcini fondò a Roma l’European Brain Research Institute, EBRI, un centro internazionale dedicato allo studio del cervello e delle malattie neurologiche.

La scelta rivela un tratto essenziale della sua personalità. Nel momento in cui avrebbe potuto limitarsi a celebrare i risultati raggiunti, decise di costruire un nuovo luogo di ricerca. Non pensava alla propria eredità come a un monumento, ma come a un laboratorio ancora attivo.

Continuò a frequentare l’istituto, discutere gli esperimenti e proporre nuove ipotesi. Nel 2007, a novantotto anni, promosse un progetto sulle funzioni dell’NGF nelle primissime fasi dello sviluppo embrionale. I risultati furono pubblicati pochi mesi prima della sua morte.

L’EBRI continua oggi a operare a Roma, occupandosi dei meccanismi molecolari e cellulari del sistema nervoso e di patologie come Alzheimer, sclerosi laterale amiotrofica, sclerosi multipla, epilessia e disturbi del neurosviluppo. La sua esistenza rappresenta la forma più concreta del lascito di Levi-Montalcini: un luogo nel quale le domande possono continuare oltre la vita di chi le ha formulate.

L’elogio dell’imperfezione

Rita Levi-Montalcini intitolò la propria autobiografia Elogio dell’imperfezione. L’espressione non indicava una rinuncia al rigore. Descriveva, piuttosto, la consapevolezza che la ricerca procede attraverso errori, deviazioni, risultati inattesi e ipotesi provvisorie.

Anche la sua vita sembrava essersi sviluppata lontano da un percorso lineare. L’educazione universitaria cominciata in ritardo, l’espulsione, il laboratorio domestico, la clandestinità, l’emigrazione e una scoperta inizialmente accolta con diffidenza avrebbero potuto apparire come interruzioni. Diventarono invece parti di un processo nel quale ogni ostacolo costrinse a trovare una strada nuova.

Sarebbe però riduttivo raccontarla soltanto come la donna che superò le leggi razziali o vinse contro i pregiudizi maschili. Rita Levi-Montalcini non fu grande perché riuscì a fare scienza nonostante fosse una donna ed ebrea. Fu grande per la qualità delle domande che seppe formulare, per la precisione degli esperimenti e per la portata delle risposte alle quali contribuì.

La persecuzione appartiene alla sua storia, ma non spiega la sua scienza. Il Nobel non fu il premio alla resistenza morale di una vittima: riconobbe una scoperta fondamentale della biologia moderna.

La mente non va in pensione

Rita Levi-Montalcini morì nella sua casa di Roma il 30 dicembre 2012, all’età di 103 anni. Fino agli ultimi anni continuò a seguire la ricerca, sostenere i giovani e intervenire nella vita pubblica.

La sua eredità non si misura soltanto nelle pubblicazioni scientifiche, nelle istituzioni fondate o nei riconoscimenti ricevuti. Vive nel modo in cui ha interpretato il sapere: non come privilegio individuale, ma come esercizio di libertà e responsabilità.

Nel laboratorio torinese degli anni Quaranta, una giovane scienziata privata del proprio posto nell’università osservava al microscopio cellule nervose destinate a vivere o a morire. Cercava di comprendere quale segnale ne determinasse il destino.

Decenni dopo, quella ricerca avrebbe mostrato che la vita delle cellule dipende dalle relazioni che riescono a stabilire e dai messaggi che ricevono. È difficile non riconoscere, in questa scoperta, un’eco della sua stessa esperienza.

Rita Levi-Montalcini attraversò il Novecento senza permettere che la propria identità fosse definita dall’esclusione. Trasformò una camera da letto in un istituto di ricerca, l’esilio in una rete internazionale e il successo personale in un’opportunità per gli altri.

Non chiese alla scienza di darle certezze. Le chiese di mantenere aperta la possibilità di conoscere. E in quella possibilità costruì la propria libertà.

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