Jazz classico, eredità blues, e sempre swing: l’anima profonda di una leggenda della musica
Il Premio alla Carriera del Cotton Club di Roma ha suggellato appena qualche tempo fa in modo naturale un percorso artistico, professionale e umano di straordinaria coerenza: quello di Michele Patruno, detto Lino, nato a Crotone nel 1935, romano d’adozione, cittadino del mondo e “onorario” di New Orleans, città matrice del jazz e del blues di cui ha ricevuto simbolicamente le “chiavi”. Non si tratta soltanto di un riconoscimento a un grande musicista, ma alla sua idea di musica come linguaggio culturale, civile ed emotivo, capace di attraversare il tempo senza perdere senso.
Autodidatta dai saperi solidissimi, polistrumentista (chitarra, contrabbasso, pianoforte e soprattutto banjo), storico del jazz classico e del dixieland, compositore per cinema e teatro, uomo di cabaret, volto televisivo, collezionista instancabile di dischi, insegnante e divulgatore, Patruno è soprattutto un narratore. Ogni sua esecuzione diventa con lui, infatti, un racconto. Ogni concerto, una relazione. In questo modo di “dire” la musica è già presente con il blues: non solo genere, ma postura dell’anima, confessione condivisa, colore emotivo.
La sua vicenda artistica dimostra come la tradizione non sia una gabbia, bensì un trampolino. Il suono del suo banjo – insieme graffiante e melodico, popolare e sofisticato – è il nodo di un incontro costante tra passato e presente. È jazz che fa swing, attraversato non troppo da lontano da quel blu profondo del blues: una malinconia fertile, mai paralizzante, che diventa spinta creativa. Patruno ha restituito al banjo un ruolo centrale nel jazz europeo, sottraendolo a una marginalità culturale e riportandolo nel cuore pulsante della scena musicale, dove ritmo, improvvisazione e racconto convivono.
Nella sua casa romana di Monte Mario, un vero sancta sanctorum di libri, dischi e strumenti, è nata recentemente l’idea di un libro-omaggio alla sua carriera, poi edito da Academ, con una lunga intervista introduttiva e prestigiose “testimonianze” raccolte tra i tanti suoi amici ed estimatori. Ed è proprio da queste domande che è emerso il senso profondo di una vocazione. “Da Crotone la mia famiglia si è trasferita ad Avigliana, poi a Tarquinia e infine a Roma”, racconta. L’incontro decisivo avviene grazie ai Victory Disc americani: Glenn Miller, Benny Goodman, Artie Shaw. “Fu un colpo di fulmine”. Ma le vere folgorazioni portano già nel nome il segno del destino: Muskrat Ramble, Tin Roof Blues, Perdido Street Blues. Il blues entra così nella sua vita come suono, parola e impronta emotiva indelebile.
Dal jazz al cabaret, il passo è rapido. Nei primi anni Sessanta, Patruno lavora per Ricordi, CBS e Blue Note, suona nei locali milanesi, poi arriva il successo clamoroso dei Gufi, “il primo gruppo cabarettistico italiano veramente all’avanguardia”. Anche sotto l’ironia e la satira, resta intatto il ritmo jazzistico, quel modo “blu” di osservare la realtà con disincanto, intelligenza e profondità.
La televisione, da Portobello in poi, gli regala una popolarità enorme. Ma Patruno non indulge nelle illusioni: “L’Italia non è il paese della musica, è il paese delle canzonette”. È una frase che suona come un blues asciutto e lucidissimo, privo di vittimismo, ma carico di verità. Ritornando agli anni della formazione, emerge un elemento solo apparentemente distante dalla musica: gli studi da geometra. “Mi hanno insegnato razionalità e precisione”, spiega. E quando gli si chiede se l’artista sia un po’ geometra, risponde: “Un po’ tutti e due”. Anche qui il parallelismo con il blues è evidente: una struttura semplice e rigorosa che lascia spazio all’invenzione, all’espressione personale.
Tra i grandi incontri musicali spiccano Joe Venuti, “uno dei geni della storia del jazz”, Chet Baker, Mingus, Monk, Gillespie, oltre a figure del cinema e della cultura come Fellini, Avati, Gassman, Troisi. Ma Patruno resta severo verso il jazz contemporaneo, accusato di aver perso colori, sapori e rapporto con la storia. Senza quel blu originario, avverte, il jazz rischia di ridursi a esercizio atletico, privo di anima. “A Lester Young bastava una nota”, ricorda, riaffermando una lezione profondamente blues, dove l’intensità conta più della velocità.
Il blu, però, non è soltanto musica. È anche paesaggio e memoria. Nei ricordi d’infanzia a Crotone, la casa affacciata sul porto unisce il rumore delle onde ai dischi di Armstrong, Ellington, Goodman, Jelly Roll Morton. “Un sottofondo venato di piacevole malinconia”, dice Patruno. Il blu del mare Ionio diventa così parallelo al blu del blues: entrambi evocano una nostalgia dolce, mai disperata, sempre generativa. Il colore dell’acqua che diventa colore del suono.
I ritorni in Calabria – da Crotone a Copanello, da Montepaone Lido a Stalettì – assumono un carattere quasi metafisico: la luna sulle onde, le rifrazioni luminose, la musica che dialoga con il paesaggio. “Come il buon jazz – osserva – quando spinge lo swing e fa danzare corpo e anima”. La natura diventa improvvisazione, il mare una lunga nota blues che avvolge tutto.,
Oggi, tra incisioni per etichette storiche di New Orleans, libri autobiografici e riconoscimenti internazionali, Lino Patruno continua a suonare e raccontare con la stessa energia. “Se sono in salute è perché suono il jazz”, afferma con ironia. Per lui è vitalità, slancio, respiro. E il blues, con il suo blu persistente, resta la corrente sotterranea che nutre, evidente o nascosta, le frasi musicali: come il mare, come la memoria, come la vita stessa, che non smette mai di oscillare tra dolore e bellezza.
