Tra industria avanzata, logistica, turismo e transizione ecologica, il sistema produttivo legato ai mari e alle coste vale oltre un decimo del PIL italiano e rappresenta una leva strategica per la competitività e la coesione territoriale del Paese.
C’è un’infrastruttura che attraversa l’Italia da Nord a Sud, collega territori lontani tra loro, sostiene interi comparti produttivi e condiziona la competitività del Paese sui mercati internazionali. Non è fatta di asfalto o acciaio, ma di acqua. Il mare, spesso evocato come risorsa naturale o attrazione turistica, è in realtà una delle grandi piattaforme economiche dell’Italia contemporanea. Un’infrastruttura invisibile, ma decisiva.
Le attività che ruotano attorno a mari e coste costituiscono oggi una componente strutturale del sistema produttivo nazionale. Industria, logistica, servizi, turismo, energia, ricerca e tutela ambientale convivono in un perimetro economico ampio e interconnesso. Ridurre tutto a una somma di settori tradizionali significa non cogliere il cambiamento in atto: il mare è diventato uno spazio economico complesso, dove si incrociano crescita, innovazione e sostenibilità.
I numeri aiutano a chiarire la portata del fenomeno. Secondo il più recente Rapporto Unioncamere–Centro Studi Tagliacarne, il sistema economico legato al mare comprende oltre 232 mila imprese e circa 1,09 milioni di occupati. Il valore aggiunto diretto supera i 76 miliardi di euro l’anno; considerando anche l’indotto, l’impatto complessivo arriva a circa 217 miliardi, pari a oltre l’11% del PIL nazionale. È una dimensione che colloca l’economia del mare sullo stesso piano dei grandi comparti industriali italiani. Ancora più rilevante è il moltiplicatore: ogni euro prodotto da queste attività ne attiva mediamente altri 1,8 nel resto dell’economia. Un dato che segnala quanto il mare sia profondamente integrato nelle catene del valore nazionali.
Questa capacità di generare ricchezza nasce dalla coesistenza di filiere molto diverse tra loro. Alla base restano pesca e acquacoltura, attività che conservano un forte valore economico e sociale in molte comunità costiere. Tuttavia, i dati Istat più recenti indicano come questo segmento stia attraversando una fase di difficoltà: nel 2023 si osserva una contrazione della produzione e del valore aggiunto. È il riflesso di pressioni strutturali – aumento dei costi energetici, fragilità degli stock ittici, effetti del cambiamento climatico – che rendono evidente una verità spesso rimossa: senza innovazione e sostenibilità, anche le attività più tradizionali rischiano di perdere redditività e occupazione.
Accanto a queste filiere storiche, l’Italia esprime però eccellenze industriali di primo piano. La cantieristica navale è il caso più emblematico. Il nostro Paese detiene circa il 36% della produzione mondiale di navi da crociera, una leadership che non si spiega solo con le dimensioni dei cantieri, ma con la capacità di presidiare le fasi a più alto valore aggiunto: progettazione, ingegneria, integrazione di sistemi complessi. È un settore che genera esternalità positive diffuse, attivando domanda lungo filiere che includono meccanica, elettronica, impiantistica, arredo, software e servizi di ingegneria. In termini economici, è una manifattura avanzata che usa il mare come piattaforma produttiva.
Un ruolo altrettanto centrale è svolto da porti e trasporti marittimi. I porti italiani non sono semplici infrastrutture locali, ma nodi macroeconomici che influenzano tempi, costi e affidabilità dell’interscambio commerciale. Le statistiche ufficiali Istat sul traffico marittimo, basate su rilevazioni censuarie, testimoniano quanto questi flussi siano strutturali per l’economia reale. Nel 2024, nei porti italiani sono transitate circa 480 milioni di tonnellate di merci. Dietro questo numero si gioca una partita decisiva: integrazione con la rete ferroviaria, digitalizzazione delle procedure, riduzione dei tempi di attraversamento, capacità di attrarre traffici in un contesto di forte competizione mediterranea. La competitività logistica non è un tema settoriale, ma una variabile di crescita nazionale.
Il turismo rappresenta il volto più immediato dell’economia costiera, ma anche quello più esposto a semplificazioni. Il Conto Satellite del Turismo di Istat consente di inquadrarlo correttamente: nel 2023 il contributo diretto del turismo al PIL italiano è stato pari a circa 107 miliardi di euro (il 5% del totale), che diventano oltre 206 miliardi considerando gli effetti indiretti. Le posizioni lavorative collegate superano i 4,3 milioni. Le aree costiere intercettano una quota rilevante di questa domanda, ma il nodo economico non è la quantità, bensì la qualità. Destagionalizzazione, produttività del lavoro, integrazione con cultura, ambiente e servizi digitali sono le vere leve per trasformare il turismo marittimo da settore ad alta intensità di lavoro a basso valore aggiunto in una filiera più solida e resiliente.
Dal punto di vista territoriale, il mare è uno dei principali fattori di differenziazione e, allo stesso tempo, di coesione. Quasi la metà delle imprese del sistema mare è localizzata nel Mezzogiorno, che contribuisce a oltre un terzo del valore aggiunto complessivo. Tuttavia, la struttura produttiva è diversa: al Sud prevalgono micro-imprese legate ai servizi, mentre nel Centro-Nord si concentrano attività più capital intensive, come la cantieristica e la logistica portuale. Questo dualismo suggerisce una lezione chiara: non esiste una politica unica per l’economia del mare. Servono strategie territoriali differenziate, capaci di valorizzare le specificità locali senza rinunciare a una visione nazionale.
Negli ultimi anni, il dinamismo del comparto è stato superiore alla media dell’economia italiana. Crescono le imprese, cresce il valore aggiunto, cresce l’occupazione. Non è solo un rimbalzo post-pandemico, ma il segnale di una trasformazione più profonda: aumento della domanda di servizi logistici, evoluzione del turismo verso forme più esperienziali, rafforzamento delle filiere industriali legate alla nautica e al made in Italy.
In questo quadro, la sostenibilità non è un capitolo a parte. È la condizione economica di lungo periodo. Le attività legate al mare dipendono dalla qualità degli ecosistemi e dall’accettabilità sociale e regolatoria dei processi produttivi. Decarbonizzare porti e flotte, investire in rinnovabili offshore, elettrificare le banchine, digitalizzare i servizi e monitorare l’ambiente marino significa ridurre rischi futuri, attrarre investimenti e aumentare competitività. In un contesto europeo orientato alla transizione ecologica, la capacità di anticipare gli standard diventa un vantaggio competitivo.
L’economia del mare, dunque, non è una somma di settori, ma un sistema. Un sistema che produce valore, connette territori, integra industria e servizi, e può diventare uno dei principali motori della crescita italiana nel prossimo decennio. La sfida non è riconoscerne l’importanza – i dati lo fanno già – ma governarne lo sviluppo: infrastrutture efficienti per la logistica, capitale umano qualificato per l’industria, qualità e produttività per il turismo, ricerca e tutela per preservare il capitale naturale. Solo così il mare continuerà a essere non soltanto una risorsa, ma una scelta strategica per il futuro del Paese.
